Franz Schubert (1797-1828)
Quintetto per archi in do maggiore D. 956, Op. posth. 163
I - Allegro ma non troppo
II - Adagio
III - Scherzo (Presto) - Trio (Andante sostenuto)
IV - Finale (Allegretto)
Alinde-Quartett:
Eugenia Ottaviano, violino I
Guglielmo Dandolo Marchesi, violino II
Gregor Hrabar, viola
Bartolomeo Dandolo Marchesi, violoncello I
e con
Stefan Heinemeyer, violoncello II
Franz Schubert – Quintetto per archi in do maggiore D.956
La rassegna Musica a San Dionigi 2026 ha offerto, nella caldissima domenica del
19 luglio 2026, un appuntamento di rara intensità alla
Chiesa di Santa Maria del Popolo di Vigevano, dove l’Alinde Quartett,
affiancato dal violoncellista Stefan Heinemeyer, ha interpretato il monumentale
Quintetto per archi in do maggiore D.956 di Franz Schubert.
Composto negli ultimi anni di vita, questo capolavoro postumo è uno dei vertici assoluti
della musica da camera ottocentesca: un’opera che, se fosse stata conosciuta già all’epoca,
avrebbe inevitabilmente ridisegnato la percezione della grandezza schubertiana, ponendola
accanto – e talvolta sopra – quella dei suoi contemporanei più celebrati. È noto che Schubert
nutrisse una profonda ammirazione per Beethoven, al cui funerale reggeva i cordoni del carro
funebre; eppure, ascoltando il Quintetto, si avverte con chiarezza come la sua voce fosse già
pienamente autonoma, visionaria, capace di una modernità sorprendente.
La struttura del brano, che aggiunge al quartetto d’archi un secondo violoncello, crea un
equilibrio timbrico particolare: talvolta il violoncello aggiuntivo sembra limitarsi a un
pizzicato ostinato, quasi un battito cardiaco che sostiene il discorso degli altri strumenti;
altrove diventa protagonista di un dialogo serrato, contribuendo a quell’alternanza di
atmosfere che rende il Quintetto un viaggio emotivo imprevedibile. Schubert passa con
naturalezza da pause liriche sospese a improvvisi lampi drammatici, da pagine di struggente
cantabilità a episodi che sembrano evocare marce, canzoni popolari, visioni interiori
inquietamente frammentate. È un’opera che anticipa sensibilità e tensioni che avrebbero
trovato piena espressione solo decenni più tardi.
L’interpretazione dell’Alinde Quartett è stata un esempio di coesione e maturità
musicale. I quattro giovani musicisti – Eugenia Ottaviano, Guglielmo Dandolo
Marchesi, Gregor Hrabar e Bartolomeo Dandolo Marchesi – hanno offerto una
lettura rigorosa e al tempo stesso vibrante, sostenuta da un’intesa costante, da attacchi
perfettamente condivisi e da una cura del fraseggio che ha reso evidente la complessità
dell’alternanza lirico-drammatica. Il contributo di Stefan Heinemeyer, violoncellista
di grande esperienza cameristica, ha completato l’equilibrio dell’ensemble con una presenza
discreta ma essenziale, capace di fondersi con il gruppo senza mai perdere la propria
identità sonora.
Il risultato è stato un’esecuzione che ha restituito al pubblico la grandezza di un’opera che,
per la sua densità emotiva e la sua architettura visionaria, sembra appartenere a un’epoca
successiva a quella in cui fu concepita. Un capolavoro che continua a sorprendere e a
commuovere, soprattutto quando affidato a interpreti capaci di leggerne la profondità con
lucidità, passione e rispetto.
Le foto sono scattate con:
Panasonic LUMIX FZ300 12 Megapixel, Zoom 0X, 1600 ISO, LCD ad Angolazione Variabile e rigorosamente non hanno subito nessuna post elaborazione.
Le foto e le riprese sono state effettuate con macchina fotografica e cellulare a mano, senza mai passare davanti ad un solo spettatore.